Il Brasile è uno dei paesi emergenti che sta avendo uno rapidissimo sviluppo economico. Cavalcando il suo positivo trend di crescita è riuscito ad aggiudicarsi, come paese organizzatore, i due eventi sportivi che maggiormente catalizzeranno l’attenzione del globo nei prossimi quattro anni: i mondiali di calcio ed i giochi olimpici
In questi giorni, con la Confederation Cup, stiamo gustando un piccolo antipasto di quello che il paese carioca si appresta ad offrire alla platea mondiale nei prossimi anni. Gli stadi pieni ed il popolo brasiliano festante che plaude le gesta del baby fenomeno Neymar.
Brasile scontri e proteste
A volte, però, dietro questa luccicante copertina troviamo qualcosa di diverso. Il movimentoCopa pra quem (Il mondiale per chi?) accusa il governo federale di aver sfrattato migliaia di famiglie per far posto a parcheggi e nuove strutture che ospiteranno i tifosi di tutto il mondo in occasione dell’evento calcistico del prossimo anno.
Manifestazioni di protesta contro l’esorbitante aumento dei prezzi dei trasporti pubblici e contro le faraoniche spese per l’organizzazione di questi grandi eventi sportivi si sono sviluppate in tutto il paese fino ad arrivare a Rio de Janeiro. Alcune migliaia di persone hanno invaso le strade del centro. La protesta, che coinvolge ormai le maggiori città del Brasile, vede sfilare giovani che indossano fasce con la scrittala rivolta dell’aceto. Il nome deriva da un motivo molto semplice: i manifestanti usano l’aceto per mitigare gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati dalla polizia per disperderli.
L’evento mediatico
Il vero evento mediatico di questi giorni pare essere, più che la Confederation Cup, le manifestazioni di questi cittadini indignati. Si pensi solo che il Brasile è la nazione più calciofila del mondo tanto che nel 2005 si poteva vedere una partita allo stadio Maracanà con un solo euro ed ora, invece, serve una cifra di trenta volte superiore.
Un costo esorbitante se si tiene conto che la maggior parte dei brasiliani ha uno stipendio mensile inferiore ai 250 euro.
Viene da chiedersi chi siano tutti quei brasiliani a cui Neymar dedica i suoi gol, forse solo una parte benestante e lontana dalle rivolte della strada, ma se un evento calcistico che il brasile attende dal 1950 è solo una vetrina per pochi eletti, viene davvero da chiedersi: copa pra quem? .
Spesso l’evento mediatico non è ciò che si pensa ma tutto ciò che c’è dietro e di cui troppo poco si parla durante i giorni dell’evento stesso e con cui, purtroppo, quando si sono spente le luci bisogna, per lungo tempo, fare i conti.
L’Amministratore Delegato Michael Dubin decide di realizzare un video commerciale la sua azienda diventando lui stesso attore e mente creativa del suo spot. Fin qui niente di nuovo. Se ci pensiamo anche Ennio Doris fa lo spot per la sua banca. L’unica differenza è che da quando l’imprenditore trentaquattrenne ha postato lo spot commerciale su YouTube, in soli due giorni ha ottenuto 1 milione di visualizzazioni e 12.000 acquirenti. Questa è la start-up dell’e-commerce americano Dollar Shave Club. Il successo è dovuto a questo giovane che, usando una parola inflazionata, si potrebbe definire smart. É un imprenditore dinamico che sembra non prendersi troppo sul serio (ma in realtà non è così perché il business è una cosa seria) e, soprattutto, è al passo con i tempi. Il punto di forza sta senza dubbio nella comunicazione semplice, ironica ed efficace.
Ma non è tutto. Ciò che viene pubblicizzato è anch’esso un prodotto molto semplice: un rasoio da barba standard, con l’impugnatura in gomma, senza orpelli particolari se non con la sola (vantaggiosa) possibilità di avere le ricariche direttamente a casa tramite un abbonamento mensile. Per i clienti che non hanno tempo e voglia di andare sempre al supermercato a rifornirsi. Se vi sembra tutto troppo semplice e banale pensate al Rasoio di Occam e forse cambierete idea. Guglielmo di Occam (traduzione di William of Ockham) suggeriva, già secoli fa, di evitare ipotesi aggiuntive quando quelle iniziali sono sufficienti. Il rasoio serve a tagliare inutili considerazioni ed elucubrazioni per concentrarsi e puntare al cuore del problema. Questo video taglia il superfluo e va direttamente all’essenziale.
Chissà quante visualizzazione avrebbe avuto Occam ai nostri giorni?
A maggio è iniziato un nuovo Carosello. O meglio, è iniziata una forma di mini-intrattenimento pubblicitario (210 secondi di programmazione contro i dieci dell’originale) che fa l’occhiolino (solo nel titolo) alle réclame di trent’anni prima che raccontavano una storia con tutta calma. Si, i tempi televisivi erano diversi, si, ora la velocità sta divorando qualsiasi prodotto televisivo con voracità ma aveva la possibilità di raccontare un prodotto in maniera diversa, in un modo che non fosse già visto. “Carosello reloaded” è una perdita di un’occasione.
I pubblicitari avrebbero dovuto dimostrare tutta la forza comunicativa in poche immagini per fissare il prodotto nella mente degli spettatori e, invece, si sono limitati (non tutti) ad allungare le pubblicità che già venivano quotidianamente propinate, senza fare di più, o di meglio, come invece ci si aspettava.
carosello
La proposta
I dirigenti RAI hanno parlato con entusiasmo della novità di trasmettere le storie sia su TV che su smartphone, cioè la cosiddetta tecnologia multischermo, un nuovo modo di sfruttare i media (già utilizzato più volte in altre parti del mondo ma, si sa, in Italia si arriva un attimo dopo su certe cose). L’aspetto crossmediale che vede l’interrelazione di più media è senza dubbio interessante ma, il rievocare un prodotto storico come Carosello, non basta per far diventare quello nuovo della RAI un altro prodotto di successo.
Senza soffermarci sull’incasso ottenuto con questa manovra per dare ossigeno alle casse ormai vuote, ci si sarebbe però aspettati un po’ più di coraggio e di fantasia per raccontare qualcosa di già visto e renderlo nuovo agli occhi dello spettatore. Molti si sono sentiti presi in giro, molti sono rimasti delusi. La programmazione è prevista fino al 28 luglio e, per ora, gli unici a sentirsi soddisfatti sono i forzieri RAI. Si chiede l’aiuto di autori bravi che diano forza e nuovo lustro ai prodotti. È difficile ma vale la pena farlo, il mondo urge di novità ben fatte che, soprattutto, non puntino principalmente al vile denaro. Se si puntasse prima alla comunicazione e se l’operazione riuscisse allora il ritorno economico sarebbe garantito.
L’Italia in concorso al festival di Cannes 2013? A bocca asciutta, o almeno parrebbe. Tutte le previsioni (che quasi mai hanno riscontri reali), su un possibile premio a Paolo Sorrentino per il suo La grande bellezza, hanno deluso. Niente. Nemmeno il premio della giuria che era riuscito a conquistare Il Divo nel 2008. Il cinema italiano non è stato apprezzato? Non proprio. Si è disquisito solo del film italiano “più famoso” ma non di tutto il resto, di quello che non è così evidente ma che c’è, nonostante tutto. Stiamo parlando di quelli che tentano di emergere, piccoli pesci che faticano a sopravvivere nel piccolo stagno della commercializzazione, occupato e gestito da pochi grossi nomi. , oltre a quello per la migliore rivelazione.
Cannes festival 2013
E poi c’è la menzione d’onore della giuria ecumenica assegnata a Miele, coraggioso esordio alla regia di Valeria Golino. Pare poco? Forse, ma è comunque un inizio. Non ci sono solo due o tre nomi in Italia. C’è una generazione che cresce, che scrive e che ha tanto da dire. E non si tratta di emergenti over quaranta (per non dire senior) ma di giovani nel vero senso della parola con passione, voglia di fare e capacità di raccontare. C’è un mare, basta solo non fermarsi in superficie. Avere pazienza, immergersi in profondità e cercare le perle nascoste nel mare della mercificazione. Cercare i prodotti pregevoli non sufficientemente pubblicizzati ma che esistono, grazie al cielo, e che rendono ancora più ricco il panorama cinematografico italiano. La varietà e la qualità dovrebbero e devono essere il nuovo must.
Nel 2010 è comparsa sugli schermi la serie The Walking dead tratta dall’omonimo fumetto. La prima serie prodotta dalla AMC e da Frank Darabont si è rivelata un successo e il gradimento degli spettatori si è intensificato con l’andare delle puntate, così tanto da far decidere ai produttori di girare anche una quarta serie. Come i più conosceranno, The Walking dead tratta dell’invasione degli zombie sul nostro pianeta e i sopravvissuti, un gruppo eterogeneo di persone, cerca di barcamenarsi tra mille pericoli e peripezie.
La storia di per sé è già sentita ma, per gli amanti del genere e anche per i non amanti, è decisamente interessante e ben strutturata. Accanto alla serie canonica è stata lanciata, due settimane prima della messa in onda della seconda stagione, una web serie dal titolo The Walking dead: Tom Apart, diretta da Greg Nicotero e sceneggiata dallo stesso insieme a John Esposito. La mini-serie tratta delle vicende di Hannah (il primo zombie ucciso dal protagonista Rick Grimes) e della sua vita prima di diventare un morto che cammina. Dopo essere stata distribuita sul canale online della serie televisiva, è stata anche doppiata in italiano e distribuita online su Foxtv.it, con il titolo Storia di uno zombie. Due settimane prima della terza stagione è stata annunciata l’uscita di una nuova puntata diretta sempre da Nicotero: The Walking dead: cold storage.
Hannah (il primo zombie ucciso dal protagonista Rick Grimes)
Visibilità su web
Le web serie hanno dato un’ulteriore cassa di risonanza alla serie televisiva e sono un ottimo canale per avere una visibilità immediata sulla rete e non solo. Questa operazione di marketing è diventata ormai un trend per le grandi serie televisive. Da quella fruita in modo passivo si passa a questa web di tipo attivo, scelta autonomamente dall’utente che decide se e quando approfondire la conoscenza di qualcosa che fino a poco tempo fa gli era negato.
Lo spazio narrativo non si esaurisce così solo alla sua trasmissione televisiva ma prosegue e si espande su altri canali che fidelizzano maggiormente lo spettatore. L’internauta ha ora la possibilità di approfondire sempre più i suoi interessi e contribuire ad accrescere la visibilità della serie canonica influenzando lui stesso le scelte di produzione. In sintesi questo tipo di crossmedialità ormai è ovunque, tutto sta nel capirla sfruttando a pieno le grandi potenzialità che può offrire.
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