Guerrilla Marketing

Guerrilla Marketing

La pubblicità creativa

La pubblicità è ovunque. Siamo circondati e noi stessi, talvolta, siamo degli spazi viventi che sfoggiano marchi ovunque. Ormai non ce ne accorgiamo nemmeno più, i prodotti ci passano sotto il naso e le loro strategie pubblicitarie vengono dimenticate nell’arco di poche ore, minuti, se non addirittura secondi. Ma c’è un altro modo per pubblicizzare un prodotto: il guerrilla marketing. Questa definizione coniata, da Jay Conrad Levison nel 1984, sta ad indicare una forma di promozione pubblicitaria non convenzionale e a basso costo. La creatività si scatena per dare sfogo a installazioni e/o immagini che fanno leva sui meccanismi psicologici degli utenti finali.

Esempio di guerrilla marketing da parte d'una delle più note catene di fast food

Esempio di guerrilla marketing da parte d’una delle più note catene di fast food

Lo spettatore si imbatte nel guerrilla marketing e, soprattutto per i non avvezzi a questo tipo di comunicazione, la visione è destabilizzante. Dapprima scatena la curiosità, in un secondo tempo si attiva un meccanismo di attesa che irretisce l’utente e, infine, di stupore. Generalmente il guerrilla marketing è un tipo di comunicazione aggressiva con lo scopo di scuotere la mente dell’utente facendo del prodotto promosso qualcosa di non banale che rimarrà impresso nella memoria di chi lo guarda.

Il guerilla marketing sfrutta i media per far parlare di sé ma, al contempo, è una nuova forma di comunicazione che inserisce il prodotto nella vita quotidiana delle persone. Il suo obiettivo è creare un caso nel mondo multimediale e crossmediale che vada ad aumentare e alimentare l’impatto comunicativo. La sua originalità sta nell’essere un ponte tra la non più consueta comunicazione su strada e quella sui social network.

Un consiglio: tutto si può pubblicizzare L’ideale sarebbe utilizzare gli strumenti giusti e sempre meno convenzionali per emergere dalla massa.

Recente esempio di guerrilla marketing nella città di Milano commissionato da Europ Assistance.

I Booktrailer

Nasce già negli anni Novanta

Il booktrailer è un videoclip che attraverso immagini, suoni e parole sintetizza il contenuto di un libro. Il genere nasce negli Stati Uniti negli anni Novanta ma, inizialmente, si trattava di semplici videoproiezioni durante la presentazione di un libro. Il primo vero e proprio booktrailer è stato realizzato da Judith Keenan nel 1994 per il thriller Amnesia di Douglas Cooper. Trasmesso nelle varie emittenti televisive, fu di immediato successo poiché le vendite del libro raddoppiarono in poco tempo.

Con poche immagini che colpiscano l’attenzione, invogliare il possibile fruitore dandogli un assaggio di ciò che potrebbe leggere. Ora il book si sceglie vedendo un trailer, si scarica e si legge su kindle. Quindi questo vecchio oggetto di intrattenimento non è stato ancora sorpassato. Infatti è riuscito ad allearsi con le nuove tecnologie. Che si tratti di un antico volume finemente rilegato o di un moderno e-book, il suo fascino è rimasto inalterato.

Un esempio di booktrailer: “Life in loan – Vita in prestito“ scritto da Rossana Balduzzi Gastini

I Selfies

I Selfies

Cosa sono?

Secondo L’Oxford Dictionaries sono definiti “selfies” gli autoritratti fotografici realizzati da uno smartphone e caricati sui social media. Ormai chiunque, dalle star alle persone comuni, si ritrae in una foto e la posta automaticamente condividendola su social come Instagram, Facebook o Twitter. E a questa moda che impazza si è unito anche Papa Francesco che è finito su un autoritratto con tre scout di Piacenza.

selfie

Un interessante raccolta di questi selfies dal titolo Selfies at serious places, la si trova su Tumblr, un altro social network in cui si susseguono foto di ragazzi che hanno alle loro spalle luoghi serissimi come il memoriale per le vittime dell’Olocausto, il muro di Berlino, Pearl Harbor e il loro buffi volti dissacranti in primo piano. Alcuni autoscatti risultati eccessivi e offensivi hanno visto i loro autori scusarsi pubblicamente sulla rete. Altri, come il fotomontaggio di Obama che si immortala, dopo aver deciso di bombardare la Siria, è stato creato prendendo sì spunto dai selfies ma in verità l’idea era di porre una dura critica alla scelta del Presidente degli Stati Uniti. I selfies, oltre che una moda del momento, sono uno dei modi migliori per raccontare la società contemporanea dove tutto ciò che accade è racchiuso in un’istantanea.

Pubblicità USA made in Italy

Lo spot Fiat

Ecco cosa combina la Fiat per la pubblicità della nuova 500L negli Stati Uniti d’America: sfrutta i luoghi comuni a proprio favore. Una famiglia italiana e chiassosa venduta come optional ad una coppia di americani classici. Gli italiani, seduti sul sedile posteriore, discutono, consigliano e rendono variopinti i viaggi dei due americani.

Il video è semplice, lineare e gioca su stereotipi degli italiani nel mondo che si fanno riconoscere ad un miglio di distanza. In tre minuti di spot si concentrano gag sulle incomprensioni linguistiche, la gestualità italiana, l’amore per il caffè, lo sfegatato tifo calcistico che fanno affezionare gli americani alla famigliola italiana. Una pubblicità ironica per far breccia nel mercato americano. Peccato che la stessa ironia e originalità non venga impiegata per uno spot anche nella terra madre.

Barbie e il mondo che cambia

Barbie e il mondo che cambia

Da un’idea di Ruth Hadler

Da un’idea di Ruth Hadler, nel 1959, venne messa in commercio una bambola con le sembianze di un’adulta. Nacque così, per mano della grande casa di produzione di giocattoli Mattel, Barbara Millicent Roberts, più comunemente conosciuta con il nome di Barbie. Negli anni è stata la bambola più venduta al mondo: si stima che oltre 1 miliardo di esemplari sia stato venduto in 150 nazioni, anche grazie ad un tipo di strategia di marketing che si basava su una forte campagna pubblicitaria televisiva che poi è stata seguita da tutti i giocattoli a venire. Su questa bambola, nel corso di oltre cinquant’anni, si è detto tutto e il contrario di tutto.

È una figura indipendente, fidanzata da decenni senza sentire il bisogno di sposarsi, ha amici di nazionalità diverse, sa far tutto, è bella e, talvolta, chi gioca con lei tende a sentirsi fisicamente inadeguato. Negli anni la sua immagine è stata sinonimo di superficialità e stupidità. Venerata da molti bambini e osteggiata da altrettanti genitori la Barbie è arrivata, pur perdendo in parte la propria popolarità, fino ai giorni nostri. Il suo personaggio si è sempre reinventato tanto da diventare infermiera, pilota, veterinaria e recentemente anche hostess.

Gruppo Barbie Alitalia

Gruppo Barbie Alitalia

La mostra

La Barbie infatti è stata esposta in una mostra, secondo un accordo Mattel/Alitalia, mostrando le divise d’epoca che ripercorrono la storia delle assistenti di volo. Il ricavato dell’asta è poi stato devoluto in beneficenza. La Barbie ha attraversato varie fasi della propria esistenza: dalla Star anni Ottanta che ricalcava le fattezze e il mito di Farrah Fawcett, ad una donna al passo con i tempi.

A tal proposito, l’artista statunitense Nickolay Lamm si è semplicemente chiesto perché la Barbie, invece di rappresentare un modello fisicamente perfetto e pericolosamente irrealistico, non possa essere più “umana”. E così togliendo il trucco, diminuendo centimetri di altezza e aumentando un po’ il peso, si ha una Barbie che segue i canoni estetici di una donna media che vive nella realtà perché, secondo Lamm, le imperfezioni arricchiscono e rendono più veri. E perché un prodotto non cada nell’oblio dovrebbe seguire l’attualità per rinnovarsi continuamente e, proprio in questo caso, l’attualità deve fare i conti con la discesa nel mondo reale.

Copa pra quem

Copa pra quem

Il caso

Il Brasile è uno dei paesi emergenti che sta avendo uno rapidissimo sviluppo economico. Cavalcando il suo positivo trend di crescita è riuscito ad aggiudicarsi, come paese organizzatore, i due eventi sportivi che maggiormente catalizzeranno l’attenzione del globo nei prossimi quattro anni: i mondiali di calcio ed i giochi olimpici

In questi giorni, con la Confederation Cup, stiamo gustando un piccolo antipasto di quello che il paese carioca si appresta ad offrire alla platea mondiale nei prossimi anni. Gli stadi pieni ed il popolo brasiliano festante che plaude le gesta del baby fenomeno Neymar.

Brasile scontri e proteste

Brasile scontri e proteste

A volte, però, dietro questa luccicante copertina troviamo qualcosa di diverso. Il movimento Copa pra quem (Il mondiale per chi?) accusa il governo federale di aver sfrattato migliaia di famiglie per far posto a parcheggi e nuove strutture che ospiteranno i tifosi di tutto il mondo in occasione dell’evento calcistico del prossimo anno.

Manifestazioni di protesta contro l’esorbitante aumento dei prezzi dei trasporti pubblici e contro le faraoniche spese per l’organizzazione di questi grandi eventi sportivi si sono sviluppate in tutto il paese fino ad arrivare a Rio de Janeiro. Alcune migliaia di persone hanno invaso le strade del centro. La protesta, che coinvolge ormai le maggiori città del Brasile, vede sfilare giovani che indossano fasce con la scritta la rivolta dell’aceto. Il nome deriva da un motivo molto semplice: i manifestanti usano l’aceto per mitigare gli effetti dei gas lacrimogeni lanciati dalla polizia per disperderli.

L’evento mediatico

Il vero evento mediatico di questi giorni pare essere, più che la Confederation Cup, le manifestazioni di questi cittadini indignati. Si pensi solo che il Brasile è la nazione più calciofila del mondo tanto che nel 2005 si poteva vedere una partita allo stadio Maracanà con un solo euro ed ora, invece, serve una cifra di trenta volte superiore.

Un costo esorbitante se si tiene conto che la maggior parte dei brasiliani ha uno stipendio mensile inferiore ai 250 euro.

Viene da chiedersi chi siano tutti quei brasiliani a cui Neymar dedica i suoi gol, forse solo una parte benestante e lontana dalle rivolte della strada, ma se un evento calcistico che il brasile attende dal 1950 è solo una vetrina per pochi eletti, viene davvero da chiedersi: copa pra quem? .

Spesso l’evento mediatico non è ciò che si pensa ma tutto ciò che c’è dietro e di cui troppo poco si parla durante i giorni dell’evento stesso e con cui, purtroppo, quando si sono spente le luci bisogna, per lungo tempo, fare i conti.